Il caso Moro: un omicidio di Stato

aldomoro_unico_500Teatro e impegno civile di scena a Lavello lunedì scorso con lo spettacolo teatrale “Roma, Via Caetani, 55° giorno”, scritto e interpretato da Lucilla Falcone, e l’incontro con Ferdinando Imposimato autore di Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice(Chiarelettere, 2008).

L’evento, organizzato dall’associazione culturale “la buona creanza” con la collaborazione del Forum Regionale dei Giovani di Basilicata, ha ripercorso, attraverso la storia di tre donne, i notiziari dell’epoca e la lettura delle lettere di Aldo Moro dalla prigionia, la disavventura umana dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, facendone emergere la sua elevata statura etica e morale.

Al termine della rappresentazione teatrale è salito sul palco il giudice Imposimato per esporre ai presenti il risultato di anni di indagini, presunte verità e depistaggi minuziosamente ricostruiti nel libro-inchiesta scritto con il giornalista Sandro Provvisionato. Imposimato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, fu un testimone particolare della vicenda essendosi occupato del rapimento di Moro in qualità di giudice istruttore.

Quello che emerge dalle sue parole è sconcertante. Lo Stato, o sarebbe meglio dire, alcuni tra i suoi massimi rappresentanti, congiurarono per accompagnare lo statista pugliese verso l’evitabile destino se non addirittura “suggerirono” alle Brigate Rosse la sentenza di condanna a morte.

Il giudice racconta che all’inizio delle indagini stentava a credere nell’ipotesi del complotto, del coinvolgimento delle istituzioni nell’affaire Moro. Le titubanze però ben presto svanirono di fronte alle carte nascoste, ai documenti sottratti, ai ritardi, alle coperture, alle perquisizioni superficiali e ai falsi comunicati che portavano in un’unica direzione.

Non fa tanti giri di parole per affermare che, alla luce di quello che è emerso in questi trent’anni, corresponsabili dell’omicidio dell’esponente democristiano furono proprio i suoi “compagni” di partito, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.

Il Governo Andreotti, tramite il Comitato di crisi e la Procura generale di Roma, bloccò per giorni le indagini della magistratura e della polizia giudiziaria. Nel Comitato di crisi, istituito da Cossiga per gestire il sequestro, agivano infiltrati un agente della CIA nonché membro della P2, un cittadino statunitense inviato dal Dipartimento di Stato in Italia per fare da consulente del Viminale e un personaggio che secondo i servizi segreti era un agente del KGB mentre secondo i brigatisti era uno 007 della CIA. I vertici delle forze dell’ordine, che rispondevano direttamente al ministro degli Interni Cossiga, furono colte da un inspiegabile immobilismo. Ben otto furono le occasioni per liberare il politico pugliese e tutte e otto furono “deliberatamente sciupate”. Prova che la strategia della fermezza, secondo le parole di Imposimato, serviva in realtà a mascherare la strategia dell’immobilismo a cui si associò una iniziativa volta a provocare la reazione dei terroristi ed eliminare Moro.

Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse

Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse

Ma perché erano in tanti a volere la morte di un innocente?

Troppi interessi convergevano intorno all’omicidio di Aldo Moro. Sia il governo Usa che i dirigenti del Partito Comunista Sovietico, per ragioni opposte ma convergenti, erano contrari alla strategia politica di Moro dell’avvicinamento dei comunisti nell’area di maggioranza. Inoltre Moro come ministro degli Esteri poteva svelare, sotto il ricatto dei brigatisti, vicende delicate per la storia politica italiana come l’organizzazione paramilitare Gladio, lo scandalo Lockheed e i finanziamenti occulti della DC, senza tralasciare il fatto, poco significativo visto con gli occhi del 1978 ma cruciale alla luce degli eventi successivi, che egli era anche un pretendente scomodo alla corsa per il Quirinale. Due dei suoi probabili avversari ce li aveva proprio in casa. Cossiga divenne Presidente della Repubblica nel 1985 e Andreotti sfiorò l’elezione nel 1992.

Imposimato, a conferma delle sue tesi, si sofferma anche sulla figura di Steve Pieczenik, all’epoca funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato degli USA, inviato dal Governo statunitense per far parte di quel Comitato di esperti che avrebbe dovuto fingere una trattativa per poter proseguire le indagini ed individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro. In realtà quel Comitato organizzò, come ha confessato lo stesso Pieczenik in una intervista del 2007 al giornalista francese Emmanuel Amara, il bluff della trattativa per costringerli ad uccidere il loro ostaggio. E quella decisione, sul piano strategico, fu una sconfitta per le Brigate Rosse. Se lo avessero liberato avrebbero vinto.

Per Imposimato dunque, se alcuni aspetti dell’inchiesta sono ancora da chiarire, una cosa la si può affermare con assoluta certezza: Aldo Moro fu volutamente abbandonato al suo destino dal gruppo dirigente DC con il pretesto della superiore “ragion di stato”, ovvero la volontà di non cedere al ricatto terrorista.

Il caso Moro sta li ad indicarci che non solo trent’anni fa la nostra Repubblica non poteva dirsi pienamente “democratica” ma che qualche dubbio ce lo lascia anche oggi se, a distanza di tanti anni, non tutti i responsabili hanno pagato per le loro colpe.

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